La cristianità deve dare un segno di solidarietà: “ama il prossimo tuo”

Nei mesi scorsi, si sono verificati episodi di intolleranza e razzismo, fomentati da organizzazioni politiche di matrice neofascista che si mascherano dietro a un substrato di cristianità. Dette organizzazioni, molto spesso, fanno riferimento ad un immaginario cristologico, quasi fossero templari del XXI secolo, per una caccia all’immigrato, allo straniero, in nome dell’italianità, di Dio e della cristianità.
Tra di esse, un’organizzazione in particolare ha attirato la nostra curiosità, il cui simbolo è formato da una croce e da richiami al simbolo fascista.«La paura del caos è divenuta una strategia per il successo politico»
Sicuramente non è facile amare il prossimo così diverso da noi, e mi viene anche in mente ciò che scrive Carlo Carretto nel suo libro “Il Dio che viene”: «Servire l’uomo è la cosa più facile e più difficile allo stesso tempo. Più facile quando sei giovane o sei legato all’uomo dall’ottimismo o dal sentimento o dalla natura o dall’interesse: più difficile quando sei abbandonato o ricacciato da tutti, come capitò a Gesù nella notte del tradimento. Sappi che l’uomo non è solo il fratello simpatico o la sorella interessante del tuo gruppo, ma è Giuda, il Capitalista, l’egoista, il Militare che ti tortura, il Bianco razzista che ti guarda con disprezzo, il Clericale insopportabile che si sente perfetto. L’uomo è l’uomo, tutto l’uomo: santo o delinquente, americano o cinese, arabo o ebreo, bianco o nero, clericale o anticlericale. Se fosse possibile all’uomo comune amare l’uomo, servire l’uomo fino in fondo, cioè fino al sacrificio di sé senza il Cristo, senza l’aiuto personale di Dio, sarebbe stata inutile l’Incarnazione. Nessun uomo è capace di tanto. Presto o tardi deve scoprire in se stesso quanto è immaturo il suo amore, quanto sia eroico amare, quanto abbia bisogno di “una forza che viene dall’Alto” e di un conforto divino per resistere alla tentazione di odiare tutti […] solo Dio può aiutarci ad amare l’uomo […]».

A tal proposito è bene richiamare le parole di Padre Antonio Spadaro direttore della Rivista «La Civiltà Cattolica» che, in un recente articolo, rileva che negli ultimi tempi instillare la paura del caos è divenuta una strategia per il successo politico: si innalzano i toni della conflittualità, si esagera il disordine, si agitano gli animi della gente con la proiezione di scenari inquietanti
Afferma che bisogna affrontare con discernimento il problema delle migrazioni e del rimescolamento delle identità tradizionali. Perché non bisogna tradire mai i valori di fondo dell’umanità, ma metterli in pratica tenendo conto della situazione in cui si opera. Concretamente: è necessario lavorare all’integrazione.
E lo stesso Papa Francesco continua in ogni occasione ad affermare: «Servono leader con una nuova mentalità. Non sono leader di pace quei politici che non sanno dialogare e confrontarsi: […] occorre umiltà, non arroganza».
Il punto essenziale dell’articolo di padre Spadaro è il suo commento riguardo alla parola “Popolo”, quando dice che la democrazia è più forte se il popolo è più omogeneo, se è coeso e solidale al suo interno: «[…] Ma attenzione, perché quando la comunità etnica si pone al di sopra della persona, secondo Jacques Maritain, non vi è più alcun baluardo al totalitarismo politico. Le tradizioni antiliberali costituiscono ponti ideologici per le attuali alleanze tra cristianesimo e forme aggressive di populismo. Il rischio oggi per la Chiesa è altissimo: l’appartenere senza credere.
E questo trasformerebbe la religione in ideologia: sarebbe la morte della fede.
[…] La verità è che molte persone si avvicinano ai partiti populisti o alle sette fondamentaliste perché si sentono lasciate indietro. Ecco perché la questione centrale oggi è quella della democrazia».
«Personalmente ritengo che per reagire occorra riconnettersi utilizzando il comandamento cuore della nostra fede che dice “Ama il prossimo tuo come te stesso”»E’ interessante anche quanto afferma sulla necessità della partecipazione:
“Senza partecipazione la democrazia si atrofizza, diventa una formalità, perché lascia fuori il popolo nella costruzione del suo destino. Servono quelle «tre T» delle quali parla Papa Francesco, non come slogan: Tierra Techo Trabajo. Terra, casa e lavoro sono le cose fondamentali che danno dignità a una vita umana, rendono possibile la famiglia e permettono lo sviluppo umano integrale.
Per reagire, dunque, occorre prima di tutto riconnettersi con la società civile, con i «ceti popolari», ricostruire la relazione naturale con il popolo. Questa la parola: riconnettersi. Insomma, bisogna tornare a essere «popolari»”.

Personalmente ritengo che per reagire occorra riconnettersi utilizzando il comandamento cuore della nostra fede che dice “Ama il prossimo tuo come te stesso”.
Gesù ai suoi discepoli dice: «Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri » (Gv 13,34).
Egli non ha parlato molto di fraternità ma si è fatto concretamente fratello di quanti incontrava, abbattendo i preconcetti e le ostilità costruiti dagli uomini e spesso da loro attribuiti alla volontà di Dio (cf. Ef 2,14). I suoi incontri con gli stranieri come il centurione e la donna siro-fenicia; con i ricchi peccatori come Zaccheo e Levi; con gli uomini giusti come Natanaele; con le prostitute e i peccatori pubblici presso i quali alloggiava e con i quali condivideva la tavola: mostrano la sua volontà di essere fratello universale di tutti, giusti e ingiusti, credenti in Dio o pagani.

Riconnettersi con una coscienza civile, dunque, utilizzando una solidarietà umana, una cultura sociale, una vera fraternità cristiana.
Solo così potranno essere contrastate la rabbia, la prepotenza, il rancore, il linguaggio aggressivo, luoghi dell’animache condizionano ormai le nostre vite reali e virtuali.

* di Daniela Giorgini

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *